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5月22日 Il mago Walter"Lo fai per qualche rivista?" "No , lo faccio per me!" Così ci conoscemmo. Piantato di fronte a un muro bianco, in un dozzinale pub come lo sono un po' tutti quelli delle città di provincia,Walter cercava poesia nell'immagine di un intonaco uniforme. Si chiamava, o si faceva chiamare, questo non l'ho mai saputo davvero, così. In effetti il suo nome non l'ho mai sentito pronunciare da nessun altro, fuorchè dal sottoscritto. Sedutosi al tavolo a cui ero con un amico, Walter il fotografo iniziò, senza che glie lo chiedessimo, a raccontarci la storia della sua vita, fatta di molti scatti e di pochi flash. Ci disse che era il proprietario di una ditta di Pony Express a Milano ma, a guardarlo, pareva un hyppie nato con 20 anni di ritardo. Correva l'anno 2000, o forse il 2001, non ricordo con precisione: erano tempi in cui si andava ancora al mare con le carovane di amici e si tirava a far sera bevendo birra sotto il chiosco fronte mare. Walter era di sicuro più grande di me ma non sapevo di quanto: aveva l'aria di quelli per cui il tempo si è fermato in una data esatta della propria vita, uno di quelli nati già cresciuti e che moriranno senza l'ombra di un cambiamento. Walter era, ed è, ammesso che sia ancora vivo, un estremo, non adatto ai compromessi, come lo sono un po' tutti quelli che hanno provato davvero il significato della parola eroina. I capelli lunghi, malcurati, testimoni oculari di anni di sporcizie, secchi, quasi ispidi, gli occhi azzurri, spalancati e persi. Un fisico asciutto, ossuto e muscolare, anarchico ex galeotto. Dormiva in una Marbella rossa senza sedili posteriori e girava il mondo, sempre stando alla sua versione dei fatti, scattando fotografie che portava sempre con se. Le aveva anche la sera in cui ci siamo conosciuti: ce le fece vedere una per una, quelle che gli erano rimaste, quelle che non aveva regalato ai soggetti delle sue opere. Foto bellissime, cerebrali, a tratti cervellotiche. Tutte realizzate con un solo obiettivo che Walter asseriva d'essersi costruito da solo. Ci disse che gli piaceva molto fotografare musicisti, perciò l'invitai, l'indomani, a venire in un paesino in cui mi sarei esibito con una band di stracciacani. L'hyppie biondo mi assicurò che non sarebbe mancato, e così fece. Era arrivato al circolo del paesino molto tempo prima di noialtri: con un paio di segugi ed un bulldogg si era divertito a trascorrere la giornata girando per le valli del parco. Fui molto sorpreso nel ritrovarlo: spesso le cose che si dicono sono solo di circostanza fra persone ordinarie, figurarsi per un tipo come lui. Invece il suo essere estremo, la sua coerenza, gli permetteva di parlare con coscienza, gli concedeva il lusso di non sprecare frasi a vanvera per nascondere i suoi pensieri: Walter era un uomo libero, libero da se stesso, prima che dal giudizio degli altri. Mi sono sempre chiesto, e credo che continuerò a chiedermelo finchè vivo, cosa guardano gli eroinomani, quando ti fissano con quello sguardo malinconico. Ci faccio caso da sempre, quando osservo le loro pupille piantate nelle mie, ma che hanno un qualcosa di celato, di nascosto. Il loro sguardo è incurante di ciò che attorno gli accade, è indifferente agli uomini, è lo sguardo di Dio, conscio del piacere più sublime e del dolore più terribile della privazione. Essere divino, su questa terra, si può, si può eccome: bastano pochi grammi, insulina e una siringa: il problema è tornare uomini, poi. Il problema è rassegnarsi a una vita misera, schiavi di bisogni inutilmente costruiti: se proprio bisogna dipendere meglio farlo con onnipotenza piuttosto che con il ripetitivo ed insoddisfatto lamento del fallito. Walter era un visionario ma non era un fotografo, era un ciclope, era semplicemente un occhio di Dio. 5月18日 Da un altro pianeta-"Oh... a dir la verità non mi aspettavo visite di gentiluomini prima di oggi pomeriggio... mi scusi"
-"Ha la tavola apparecchiata per due..."
-"Oh sì... io... io sto aspettando una persona... "
-"Da quanto tempo aspetta?"
-"Undici anni! Alcuni da queste parti lo definiscono un po' folle, ma io preferisco chiamarlo... romantico!"
[...]
"Vorrei dirti una cosa Mark. Una cosa che ancora non sai.
Noi keypaxiani abbiamo vissuto abbastanza da averlo gia' scoperto. L'universo si espandera', poi tornera' a collassare su se stesso e poi si espandera' di nuovo ripetendo questo processo all'infinito. Cio' che non sai e' che quando l'universo si espandera' di nuovo tutto quanto sara' come adesso, qualunque errore commetterai in questa vita lo ripeterai nel tuo prossimo passaggio. Ogni errore che commetterai sopravvivera' ancora e ancora per sempre. Quindi il consiglio che ti do' e' di fare le scelte giuste questa volta perche' questa volta e' tutto cio' che hai." [...] -"Che mi dice dell'ordinamento sociale? Del Governo?"
-"No, non c'è nessun bisogno." -"Quindi non avete leggi?" -"Niente leggi, niente avvocati." -"Come distinguete il bene dal male?"
-"Ogni creatura dell'Universo distingue il bene dal male!" [...]
-"Ho imparato che c'è così tanta vita sulla terra da riempire 50 pianeti. Piante, animali, persone, virus...sgomitano per trovare il loro posto...e si cibano l'uno dell'altro.
[...]E' tutto collegato." -"Non avete questo tipo di legame su K-PAX?" -"Nessuno ne ha bisogno. Quando me ne vado da K-PAX, non sentono la mia mancanza. Invece credo che quando andrò via da qui voi sentirete la mia mancanza." Adesso, se volete scusarmi, ho un raggio di luce che mi aspetta.
5月4日 L'insostenibile pesantezza dell'essere
Disperazione. Disperazione è sapere di precipitare senza avere un appiglio, è vivere senza un punto fermo. E' quella che provo ogni giorno, quando gli altri mi si avvicinano e io non li riconosco. Sicuramente uno dei meriti di Dio, o chi per lui, (adesso sono arrivato, dall'alto della mia saggezza perfino a giudicarlo) è quello di non averci informato sul momento esatto della nostra morte: pensate a vivere con la consapevolezza che il giorno tot all'ora x arriverà la vostra ora. Dare la vita a qualcuno significa, inevitabilmente, condannarlo a morte: la fine è l'unica certezza che appartiene ad ognuno ma che nessuno sente veramente propria. La morte è la fine di qualcosa che non si può controllare, è l'assoluzione, la via d'uscita. E' il vero peccato originale che si tramanda da madre in figlio.
Qual è il problema?
Il problema è non riuscire a dare un senso a quello che si fa. Stasera ennesima esibizione in un locale nei dintorni: birra, musica, cori, canti. Tutto bello, dalla prima nota all'ultimo stacco, quando lo spettacolo finisce e si spegne insieme all'entusiasmo. Una delle tante sere in cui avverto di essere trasparente: a volte sarei curioso di sapere chi è che verrebbe al mio funerale. Vediamo...In primis i miei, francamente disperati. Poi tutti gli altri. Magari a qualcuno scapperebbe anche da piangere. Già me li sento i commenti "era un bravo ragazzo", "chi se lo sarebbe mai aspettato", "una fine così...", e via di questo passo. In ogni caso sarebbero frasi sciocche e prive di senso, frasi di circostanza, come quelle del presentatore di un circo: "venghino signore e signori, questa sera, e solo questa sera, la grande attrazione, morto che parla". Perchè le persone si ricordano degli altri solo quando non ci sono più? Colpa della frenesia della vita moderna? Chissà... Perchè la gente, invece di andare ai funerali non se ne va a casa di qualche amico, uno di cui ci si ricorda solo di rado, magari per condividere qualche ora della propria vita e non pentirsi quando sarà ormai troppo tardi?! Qualcuno potrebbe asserire "siamo fatti così". Io rispondo "siamo fatti male!" Spero sempre che uno stupido passi di qua e mi dica guardandomi negli occhi "io sono diverso", ma è solo una speranza, coi limiti e i difetti che si porta dietro (anche perchè sarei curioso di sapere come cavolo mai farebbe a guardarmi negli occhi da qui!). L'unico che tempo fa me lo disse fu un mio amico gay, ma questa è un'altra storia... Come scrisse qualcuno "io sono nato postumo". Buonanotte, l'ennesima; magari l'ultima. |
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