個人檔案Forse sono certamente si...相片部落格清單更多 ![]() | 說明 |
|
12月22日 NevicaStanotte ho scritto qualcosa. Forse una poesia, non so, forse semplicemente prosa. Sono pensieri confusi, dopo qualche bicchiere in più ad una festa aziendale: cena in un grande capannone e concerto dei Nomadi (il gruppo :) ). E' sabato sera, fuori nevica e gli amici non avevano voglia di andare da qualche parte per paura di rimanere bloccati per strada: cazzata. Così, tornato a casa, sono rannicchiato sul divano, a luce spenta. Sulla credenza ho acceso un incenso, per farmi compagnia. Mi viene da pensare a qualche sigaretta, di quelle che ho fumato ormai tempo fa. Mi viene da pensare alle donne che per un breve periodo m'hanno accompagnato, mamme, figlie e mignotte insieme. Ho deciso di dedicarmi a me, senza fretta, come mi suggerisce la calma della neve che scende fitta. Speriamo ne faccia qualche metro: quando si tratta di festeggiare non sono uno che bada a spese. La cosa che mi piace di una nevicata, è il silenzio discreto che avvolge le cose, una specie di bocca intenta in un morbido pompino. Forse la nevicata per me è come fare davvero all'amore: mi cullo nei ricordi e la nostalgia mi fa da splendida compagna.
Fabriano, notte fra il 15 ed il 16 dicembre 2007
Nevica
La notte è giovane. Dentro, l'alcool di sambuca ha già fatto il suo effetto: una visione alterata o normale, finalmente, di ciò che fuori dalla finestra accade. Le macchine in processione coi fari accesi, quasi lumini al venerdì santo, disegnano la forma della strada ed il tempo è scandito da un ritmo nuovo. Sembra di eiaculare a rallentatore: la neve è un abbraccio, che avvolge la terra nel suo dolore, un gesto antico pieno di piacere. La neve è saporita, come il sangue che esce dalla ferita, in quell'istante appena dopo il taglio. La neve è fredda come una donna che ti abbandona e come una puttana da comprare, sul ciglio della statale. La neve è calda come l'amore di chi non vuol farti soffrire. Come il fumo dell'incenso acceso la luce fioca dei lampioni s'incurva tra i fiocchi. La neve è vomito dal cielo, un male inesorabile di chi accetta rilassato di dover morire. La neve è malattia, come la Candida per una puttana, è ricotta appena cagliata, tolta dalla scodella di metallo del mungitore. La neve è la pena di morte, è silenzio. La neve è un angelo che canta la ninna nanna. La neve è la vita, che piano piano si squaglia. La neve è la strada coi segni dei pneumatici. La neve è una sfida. La neve è la consapevolezza di perdere senza farsene una pena. La neve è un sordo che guarda la televisione, è un bimbo che dorme nella pancia. La neve è l'eroina che seda i neuroni, la dignità del toro alla corrida. La neve è nuda, la neve è la morte che da un senso alla vita.
12月8日 Piano JazzLuci soffuse. Stasera mi sento tirato a nuovo: lucido, impeccabile, brillante. Sembro uno di quegli uomini impomatati molto anni 30, modello Al capone. Nero di rigore. La sala è un vociare confuso: un improbabile pubblico conversa e nell'attesa c'è chi approfitta per fumare l'ennesima sigaretta. Una signora sulla quarantina, bionda imparruccata, sfila pavoneggiandosi nel suo tailleur. A vedersi è ridicola, con quell'andatura al limite del volgare, frutto di qualche sogno infranto troppo presto. Mi guardo intorno. Su una seggiola pelle e acciaio una borsetta rossa: un accrocchio rococò di cuori aggrumati come le pieghe di un'arancia ne contornano la sagoma. Un oggetto decisamente brutto e inutile, viste anche le ridottissime dimensioni. Di lì a poco una donna dal viso con una ruga per ogni cuore sarebbe venuta a sedersi. Sul palco fanno capolino uno splendido contrabbasso, probabilmente un legno tedesco, di almeno 30 anni ed una batteria noce bordata d'acciaio con piatti in bronzo. Qualche microfono pare sospeso come galleggianti di immaginarie canne da pesca. Il vociare della sala improvvisamente svanisce mentre un distinto figuro annuncia qualcosa: entrano i musicisti, uno alla volta. L'attenzione degli uditori si fa preziosa, l'atmosfera diviene più tesa e meno informale. Qualcuno mi si siede vicino, mi sfiora. Mi sento toccato dalla sua presenza, dal suo sguardo attento al limite dell'invadente. Le dita mi scivolano addosso, ne riconosco il tocco, le sento articolare ad ogni pressione, ne percepisco ogni contrazione e per via di un'impalpabile legge sovrumana rispondo a quei gesti improvvisati e improvvisi. Mi sento vibrare, violato e libero allo stesso tempo, mi sento Jazz. E' come se Dio si fosse seduto al mio sgabello. Ed io sono il suo pianoforte.
12月3日 A tutto ci si abitualunedì 27/11/2007
Gerardino, così lo chiamano le sue amiche, non è mai stato un ragazzo qualunque. Fin da piccolo, ai tempi delle scuole, tutti lo guardavano come se fosse diverso, tutti lo ammiravano per il suo spirito, la sua simpatia, l'intelligenza sprezzante che gorgogliava dalle sue parole, precise e pungenti. Così, brillante e vivace com'era, metteva in riga perfino la maestra, una santa donna! Poi sono arrivati i brufoli, i primi schizzi d'inchiostro sulla pagina bianca del liceo. Gerardino, il liceo, se lo ricorda bene ed a volte mi racconta qualche aneddoto. L'ultimo dei tanti parla di un mercoledì qualunque, di un anno che non rammenta. Già, perchè Gerardino, alle date, ha sempre preferito i concetti, idee senza tempo. Dicevo di un mercoledì qualunque, dell'anno chenonmiricordo, in cui si celebrava la Pasqua dello studente. Gerardino mi racconta che coi suoi compagni non aveva un gran rapporto: a parte le volte in cui bisognava far copiare, a nessuno interessava veramente chi fosse. Una specie di collega di lavoro, uno che vedi tutti i giorni ma che alla fine non sai neppure chi sia. Così mi parla dei ragazzi che erano in fila davanti al confessionale, prima della messa: Gerardino era l'ultimo, guarda a volte le coincidenze... La messa è iniziata: gli altri si sono arrangiati tutti in un banco, strizzati quasi all'inverosimile per stare vicini e quando Gerardino è uscito dal confessionale non gli è rimasto che constatare, ancora una volta, d'essere un escluso. Il nostro protagonista però è un ottimista: pensa che i compagni non l'abbiano mica fatto apposta, magari si sono dimenticati, può capitare, è normale e non c'è da farne un dramma. A braccia congiunte e col giubbino in mano, va a sedersi qualche banco più in dietro, per non dare nell'occhio, e magari defilarsi al termine della cerimonia. "Una delle prediche più interessanti che abbia mai ascoltato", mi ripete Gerardino ogni volta che mi racconta questa storia. Il frate infatti, forse ricordando la sua esperienza scolastica, s'era messo a bacchettare quelli che in classe approfittano dei compagni solo durante compiti e interrogazioni. Conclusa la predica la formula magica a cesellare il tutto "Scambiatevi un segno di pace", il tocco mozartiano, il requiem. Gerardino, solo soletto nel suo banco, tende la mano a quelli che gli stanno più vicini e proprio in questo momento accade il miracolo: uno per uno, tutti i suoi compagni, escono dal banco dov'erano stipati e vengono a scambiare un segno di pace. Il mio amico quasi gongola quando me lo racconta: perchè si è sentito importante, penserete voi. Tutt'altro. Gerardino si compiace per aver avuto ancora una volta la conferma di essere un peso inutile per i suoi coetanei, una specie di elettrodomestico che si accende solo quando c'è bisogno di avere la risposta esatta, e poi si ripone nella credenza, al buio ed alla polvere. Il problema è che lui se n'è accorto solo molti anni più tardi, quando concluso il liceo si è ritrovato da solo ad affrontare l'università. Pare che la sua non sia stata una bella esperienza: quello che era stato una specie di fenomeno da baraccone, visto con scherno, invidia e un po' di nascosta ammirazione, si è dovuto trovare a rincorrere fin dall'inizio per stare al passo con gli altri, in un ambiente ostile, abbandonato da tutti. Inutili i tentativi di convincere i genitori che quella non era la sua strada, nemmeno con le lacrime al telefono: non temete, ci si abitua a tutto ed a tutti. E' l'abitudine nelle cose che ci frega, sempre. Non so, avete mai provato a guardare un tratto d'asfalto? Se ve ne mettessi davanti una foto magari mi direste che è approssimativamente una strada: ma quanti granelli di breccia si nascondono dietro questa parola? Quanta gomma di pneumatici, quanti pori, quante cavità e gomme da masticare. Se ci si pensasse bene magari si potrebbe dire che la strada è un vero e proprio microcosmo, una sorta di ecosistema artificiale dove scivolano granelli di polvere, gocce di pioggia, lacrime ed automobili. Visto da fuori, un tratto d'asfalto è solo una strada; se lo guardi da dentro è un mondo fantastico nei cui anfratti ci si può perfino rifugiare con l'immaginazione, sempre stando attenti a non schiacciare qualche merda. Così oggi, quando lo guardo,il mio compagno lo trovo cambiato: non è più il bimbo entusiasta e vivace di una volta e l'argento vivo che aveva addosso si è trasformato in una pesante patina di verderame. Già, perchè Gerardino si sente fallito, in ogni senso, in ogni campo: con gli amici, con le donne, col lavoro, e soprattutto con se stesso. Quelle rare volte in cui viene a trovarmi lo vedo sempre a testa bassa, con gli occhi quasi lucidi, che mi racconta la malinconia della sua vita, fatta di gesti automatici e ripetitivi naufraghi nella marea dell'inutile. La cosa che ultimamente mi preoccupa di più è che ogni volta che provo a chiedergli "cosa vorresti fare?" lui mi risponde, con l'ormai solito sorriso amaro, che s'è così abituato a fare ciò che non gli è mai piaciuto, che ora si trova di fronte a non saper più cos'è che davvero ama, ed a questo da la colpa di tutti i suoi fallimenti. Mi lascia senza parole e fa sentire inutile anche me, che di certo sono il suo migliore amico. "Passerà", mi ripete Gerardino, "non temere: a tutto ci si abitua. Anche a portare un nome come il mio!" Il 6 ottobre 1996 Gerardino è morto d'incidente d'auto e con lui anche una parte di me che devo ancora abituarmici. Ma a tutto ci si abitua. Buona notte. Buon 2008Sto conducendo un singolare esperimento: ho deciso di non chiamare nè mandare sms a nessuno per almeno un mese. Perchè lo faccio? Semplicemente per vedere chi mi cerca. A cosa serve?! Non saprei. Forse a farmi un'idea di cosa pensano gli altri di me, come mi vedono e quando e se hanno voglia di sentirmi. Mi piacerebbe capire se sono uno che "sa mancare". Evidentemente no, visto che sono arrivato a quindici giorni e devo dire che, a parte i miei familiari, nessuno mi ha ancora fatto nemmeno uno squillo: non mi sembra una bella prospettiva. Pertanto, visto il mortorio di paese in cui vivo, sto trascorrendo un week end davanti alla tv (io che di solito non la guardo mai!). Ieri mi sono dato alla cucina: ho fatto i tartufi di castagne ed una lombata di vitello alla milanese. I risultati sono stati ottimi ed in un certo senso sorprendenti: l'unico inconveniente è stato svegliarmi stamane con un alito aromatizzato all'aglio che non vi consiglio (ho fatto anche la rima!). Venerdì sono stato dal barbiere: siccome nessuno mi ha saputo consigliare ho scelto il primo e l'unico che ho trovato. Un tizio particolare. A parte i diciotto euro che ho dovuto sganciargli per quindici minuti di lavoro, ho notato che devo essere uno che ispira fiducia, uno di quelli che sanno starti ad ascoltare. Perchè dico questo?! Il tizio ha cominciato a raccontarmi la storia della sua vita, i suoi tre divorzi, l'ultimo dei quali con una donna straniera ed un bambino di due anni. Non avendo inforcato gli occhiali non riuscivo nemmeno a guardarlo negli occhi attraverso lo specchio mentre parlava e non sono riuscito a dirgli niente. Ascoltavo ed annuivo, ripetendo dentro di me la domanda "ma che me ne frega?" Non ho ancora trovato la risposta, anche se il barbiere non lo saprà mai. Preso dalla noia, che, come ripete il mio amico Vasco, è "il vero male della vita moderna", mi sono messo a scrivere qualcosa, senza un'idea nè un filo logico. Perciò avverto i miei "assidui" lettori (in realtà solo uno, anzi una) che, come sempre, non so dove andrò a parare. E' domenica, sono quasi le sette di sera, fuori è buio e dalla finestra non si vede quasi più niente, a parte la grossa GS illuminata di bianco del supermercato di fianco (ho fatto di nuovo la rima!). In tv ascolto le pubblicità: mi sembrano le cose più interessanti. Anche prima mi sono affacciato dal balcone e lo spettacolo non è stato molto rincuorante. Il nuovo caseggiato di fianco, color aragosta, di quelli creati da un abile lottizzatore, sembra un posto per esperimenti transgenici: praticamente asettico, si sarebbe potuto trovare in qualsiasi altro posto del mondo, e avrebbe fatto cagare allo stesso modo. Lo trovo talmente insignificante...scusate devo cambiare canale che c'è Berlusconi al tg. Non so perchè ma è un uomo che mi mette rabbia e nervoso solo a guardarlo, anche quando tace, anche quando l'audio è muto. Tutte le persone che lo seguono con le bandiere secondo voi le paga? Stento a credere che ci siano esseri "normali" pronti a scendere in piazza per un pir...a del genere. Se dico che è un pir...a rischio una querela? Mi sa di sì, ma non è giusto. A un soggetto pubblico secondo me si dovrebbe poter dare del pir...a, e anche di più. Titola lo Speciale tg1 :"Attentato a Nassiria: è giusto partecipare a missioni di pace?" Perchè non le chiamano guerre? Sarebbe più corretto, anzi, sarebbe corretto. Cambio di nuovo che c'è Baudo. Secondo me oggi abbiamo il brutto vizio di non chiamare più le cose col loro nome. I ladri dovrebbero chiamarsi ladri, non politici. Le mignotte dovrebbero chiamarsi mignotte, non veline (l'ho già scritto in qualche altro articolo?). Possibile che nessuno ha le palle per dire certe cose? Guardate, ad esempio, la partita della nazionale contro la Scozia: ci hanno annullato un gol regolarissimo e ne hanno dato uno a loro in fuorigioco. Il cronista sportivo, dopo aver rivisto i replay ha detto "il nostro gol forse era regolare", "il gol scozzese forse era in fuorigioco": che modo è di fare le telecronache!?!?!? Nessuno si schiera, anche davanti all'evidenza: "il nostro gol è regolarissimo, quello scozzese in netto fuorigioco", avrebbe dovuto dire. Pir...a numero due. Nessuno pretende i propri diritti perchè forse pensa che non gli siano dovuti, ma che siano favori. E' facile confondere il diritto con il favore (ascolta De Gregori). Perchè se c'è una classe politica di ladri non possiamo mandarli a casa? Perchè non possiamo chiamarli ladri e dobbiamo continuare a chiamarli politici? Questi sono tutti dei figli di puttana che vivono come parassiti sulle nostre spalle, dei pidocchi attaccati ai nostri peli del culo. E io non riesco a vedere un futuro. A volte penso che il mondo è sempre andato e continuerà ad andare così e che non sarò di certo io a cambiarlo. Scusate, quando tiro in ballo società e politica perdo sempre il filo del discorso. Stavo parlando del palazzo di fronte: insignificante. Durante gli altri giorni della settimana, al piano terra, c'è un forno che fa anche da self service: si vede un po' di gente che arriva per far pranzo. Operai, dirigenti, impiegati: quando si mangia qui non si fa nessuna distinzione. Il problema è che questa città sembra di proprietà dei fratelli imprenditori che ci hanno installato da sempre le loro aziende. Quando sei qui hai l'impressione di essere anche tu di loro proprietà. Tutto sembra una sorta di agriturismo diffuso: tutto è azienda, dai tornei, ai punti di svago, alla gente che ci abita, che non può, visti gli stipendi, permettersi una famiglia, o che se ce l'ha, se l'è creata in fabbrica. Caro datore di lavoro, a me, della tua azienda, della tua bellissima ed impeccabile fabbrica di soldi, non me ne frega proprio un cazzo: anche se una famiglia non ce l'ho ancora, e chissà se ce l'avrò mai, ti avverto che nè tu nè la tua multinazionale, se ancora non l'avessi capito, sarete mai la mia famiglia, anche se da subdolo quale sei stai facendo di tutto per anestetizzarmi e convincermi che sei parte della mia vita. Ma ti ho già dedicato troppe parole, ora devo preoccuparmi di cosa fare a capodanno. Sono in pena perchè probabilmente sarò da solo: mio fratello andrà con i suoi amici, i miei andranno in qualche veglione organizzato e io me ne starò tranquillamente, si fa per dire, a casa. Ho qualche soldo per partire, ma da solo dove vado? Una vacanza di una settimana a fare il turista in uno di quei viaggi per comitive magari in qualche capitale europea insieme a coppiette, single sfigati e "nonneto"? Non ci penso proprio. Noia e solitudine, questo mi aspetta per il 2008 e mi ci sto rassegnando. Buon anno a tutti. |
|
|